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immagine di repertorio

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22 ottobre 2016

Grotta delle Caprelle, Piani di Montelago, Camerino 8MC)

La strada che porta alla Grotta delle Caprelle ci fa attraversare paesini silenziosi tra monti a cui l’autunno ha regalato i tipici colori caldi e variegati.

Poi il cielo assume un aspetto particolare, si incupisce per un momento, e la nebbia sembra quasi diventare blu.

Oltrepassata la foschia, sull’altopiano di Montelago torna a splendere il sole, e l’avvicinamento è una piacevole e breve passeggiata. Anche il sentiero che scende sul fianco della montagna, nel bosco, non presenta particolari difficoltà.

La grotta si presenta come un’apertura ampia che diventa subito un pozzo, una porta verso un mondo da scoprire. Sulla parete c’è un piccolo cartello arrugginito e sbiadito con il nome, che fa pensare alla dimensione dello scorrere del tempo. Quel manufatto dell’uomo in pochi anni si è ridotto in quello stato, e prima o poi sparirà, labile ed effimero. Al contrario la grotta si è formata in un tempo lunghissimo, e chissà per quanto rimarrà così, praticamente immutata.

Invece della consueta pietra, calandosi nella cavità si arriva fino a poggiare i piedi su un terreno fangoso e scuro, risultato dell’apertura quasi orizzontale qualche metro più in alto che consente la caduta di materiale sul fondo.

Addentrandosi un po’, si possono vedere su una parete delle linee scure, come dell’inchiostro che sia filtrato su un foglio di carta, dalla foggia di crepe su un muro. E’ strano sapere che in realtà sono delle radici. La roccia sembra più forte di una pianta, e invece una parte apparentemente morbida si è infiltrata, attraversando la solida pietra come l’acqua.

Ci sono delle formazioni che ricordano cumuli di neve, e non mancano le classiche concrezioni. La struttura interna però è particolare. Strati di roccia quasi verticali, appoggiati l’uno sull’altro come libri compressi, e spaccature imponenti, forse linee di faglia.

Continuando a scendere appare su un lato persino un laghetto, calmo e immobile, come non si può vedere in nessun luogo all’aperto.

Il viaggio è accompagnato dagli occupanti preferenziali della grotta, i pipistrelli, che disturbati nel loro sonno volteggiano inquieti. Talvolta passano molto vicino, tanto da sentire il fruscio dello sbattere delle ali e un leggero spostamento d’aria sul volto.

Arrivati in fondo al terzo e ultimo pozzo, ci si ritrova finalmente tutti insieme. Tra racconti e risate si consuma il pranzo, e l’odore di caffè è l’ultima cosa che rimane prima di affrontare la risalita.

A poca distanza dalla corda che conduce fuori, si può spegnere l’illuminazione del casco. Si lascia l’avvolgente abbraccio dell’oscurità per tornare all’ordinaria luce del giorno.

Dalla superficie cadono foglie che ondeggiano lentamente, incrociando il nostro cammino in direzioni opposte.

All’ingresso della grotta, ora divenuta uscita, i colori cambiano drasticamente. I grigi della dura roccia che in qualche modo riportano alla mente il peso dei secoli, lasciano il posto a soffice muschio verde, e alberi tinti dal giallo al rosso in ogni possibile sfumatura. Il tutto è reso scintillante dai caldi raggi di sole che colpiscono il bosco.

Si riparte verso le macchine, con un nuovo bagaglio di esperienze e sensazioni, consci che per poterle conquistare è stato imprescindibile, e decisamente piacevole, il lavoro di squadra.

Rita G.

Categories: racconti

One Response so far.

  1. fabrizio p ha detto:

    Grande ragazzi!!
    Bel racconto Rita se scrivi cosi ,ti toccherà spesso raccontare le nostre esperienze.

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