Buio Verticale Home Page
Giambattista Miliani 1935

Giambattista Miliani 1935

Estratto dal Bollettino del Club Alpino Italiano, N.58, Vol. XXV, Anno 1891, pubblicato per cura del Club Alpino Italiano (Sede Centrale), Torino, Via Alfieri, 9 – 1892

Pubblichiamo con grande piacere il contenuto integrale dell’ormai celebre resoconto dell’esplorazione della Grotta di Monte Cucco scritto da Giambattista Miliani, socio della Sezione C.A.I. di Roma, grande esploratore, alpinista e speleologo di Fabriano, brillante ed innovatore industriale cartario, Senatore del Regno d’Italia e Ministro dell’Agricoltura, che, soprattutto tra il 1889 e il 1891, porterà avanti con entusiastico spirito positivista, la prima vera esplorazione scientifica della Grotta di Monte Cucco, della Voragine Boccanera e dell’Inghiottitoio Fossile del Boschetto. Nello scritto che segue, pubblicato sul Bollettino del C.A.I. del 1891, il Miliani descrive sapientemente la parte della cavità fino ad allora conosciuta realizzando anche il primo rilievo topografico.

——————–   —   ——————–

La Caverna di Monte Cucco

Sono già trascorsi parecchi anni da quando, in un articolo su Monte Cucco, promisi di dare la descrizione della grande caverna che s’addentra nelle sue viscere (Rivista del C.A.I. II, p.100.). Ma, per avverse circostanze e per difficoltà non lievi che si opposero a compierne l’esplorazione, non mi fu possibile, prima d’ora, di mantenere l’antica promessa. Ed anche oggi temo che  le  notizie qui appresso raccolte non raggiungano lo scopo, sebbene mi sia studiato di esporle nel modo migliore, perché, insieme con la planimetria che va unita al presente scritto, valgano ad illustrarla sufficientemente dal punto di vista dell’alpinismo.

Anzitutto, per dare un’idea meno imperfetta che sarà possibile del luogo, ricorderò brevemente la posizione e le caratteristiche di M. Cucco, accennando alle vie che vi conducono, con speciale riguardo alla caverna che è appena trecento metri più in basso della vetta; poi intraprenderemo l’escursione sotterranea.

Monte Cucco (l645 m.), a cavaliere fra le regioni dell’Umbria e delle Marche, è prossimo, senza farne parte, al gruppo del Catria. di cui è appena di 82 m. memo elevato. Sebbene non conosciuto come il Catria, merita al pari di quello d’essere visitato da chi sente l’amore della montagna. I boschi che qua e là restano ancora in piedi nelle circostanti pendici, le balze strapiombanti per parecchie centinaia di metri, e soprattutto le sue caverne, offrono da soddisfare tutte le aspettative che possono concepirsi visitando gli Appennini.

Per farne l’ascensione la via più comoda e più breve è dal versante occidentale, e comincia presso Sigillo, che è lungi appena 4 km. di ottima strada rotabile dalla stazione di Fossato di Vico sulla linea di Roma-Ancona. Il detto sentiero, sebbene a volte un po’ ripido, è assai facile e può percorrersi interamente a cavallo, passando per Pian del Monte, poi piegando a sinistra e tenendosi sempre nella regione dei pascoli sino alla sommità. Quando s’è arrivati a Pian del Monte, che, come lo dice il nome, è un pianoro circa 400 m. sotto la cima, volendo andare direttamente alla caverna, occorre traversarlo fin dove comincia il versante orientale, e s’incontra un largo sentiero che salendo prende una direzione nord-est. Percorse alcune centinaia di  metri e passata una vallecola – che quei del luogo chiamano Valcella e che io coi miei compagni scegliemmo come il punto più adatto per il nostro attenda – mento durante le esplorazioni alla grotta – il sentiero si fa assai meno segnato, poi si perde del tutto, sicché occorre una certa pratica per ritrovare, senza troppa fatica, l’imbocco della caverna.

Ma se la via più comoda per salire M. Cucco, massime a chi venga da Roma, è quella ora indicata, tuttavia per chi sente la passione della montagna, e si piace di percorrerne i paeselli e le vallate più caratteristiche, è da preferire quella del versante orientale.

Da Fabriano, per un’ottima strada, in due ore di vettura si arriva alla villa di Rucce che è a 516 metri sul mare, a piedi di un contrafforte di M. Cucco. Qui, per una strada mulattiera che va verso nord, girando attorno al detto contrafforte, in un’ora appena, si arriva nella valle detta della Porraia, che è immediatamente ai piedi di M. Cucco, il quale s’erge maestoso per oltre 800 m., co’ suoi fianchi quasi a picco, sopra un dolce pendio di pascoli frastagliato di cespugli e di massi assai bizzarramente disposti. Sino a pochi anni fa, quando i miseri cespugli attuali erano ancora formati da gruppi d’alberi e l’erba vi cresceva alta e verde, per non essere ancora quel terreno stato inconsultamente messo a coltura, questo luogo era veramente incantevole, e guardato dall’alto in mezzo a una corona di boschi e di scogli, aveva l’aspetto d’un bellissimo giardino inglese, messo là dal gusto raffinato ed elegante di qualche milionario possessore  di terre. Ora il giardino è disperso, e i fianchi denudati della montagna offrono, magro conforto, le rocce scoperte al geologo che può da lungi discernere la struttura di quei calcari massicci e biancastri, che ne riportano la formazione a quell’epoca della storia della terra che si designa col nome di secondaria.

Da qui, guardando in alto, sopra i dirupi, verso l’estremità nord-est del monte, da chi è pratico, può assai approssimativamente indicarsi dove è la caverna, a cui si potrebbe salire direttamente arrampicandosi fra i cespugli e le rocce. Però, se questa via è più breve, non saprei troppo consigliarla, perché assai faticosa, e più perché toglie di vedere una vallata bellissima, quella di Acqua Fredda per cui si passa seguendo la strada mulattiera che dal fosso della Porraia sale, piegando a destra, su per la valle e riesce a Pian del Monte.

La caverna, a cui si giunge traversando un assai ripido pendio di rocce, è a circa 1410 m. sul mare in una piccola insenatura, presso l’estremo limite del versante orientale poco più in là la montagna piega bruscamente a nord fra precipizi e abissi di centinaia di metri. L’imbocco, che è sul detto ripidissimo pendio, si presenta a guisa di pozzo e scende quasi verticalmente nella grotta. Di sopra è coperto a metà da una piccola volta, e davanti c’è un po’ di spazio sufficiente appena per sostare e  riposarsi prima di scendere nella grotta o quando se ne vien fuori.

Per calare nel fondo basta avere un buon canapo da assicurare ad un ceppo d’acera che è davanti l’apertura del pozzo; chi però non si sentisse in forze o non credesse d’affidarsi ai propri polsi (che del resto possono validamente essere aiutati dai garretti se si sappia trarre profitto dalle asperità della roccia) potrebbe farsi legare, o scendere a cavallo su di un asse, come più di una volta si  è fatto coi non pratici che mi hanno accompagnato in queste escursioni sotterranee.

In fondo al pozzo, trovasi un antro semicircolare, a pareti irregolari, attorno a cui, in basso, si  scorgono alcune aperture che sono imbocchi di altrettante grotte che s’inoltrano in direzioni diverse. Mi affretto a dire che queste grotte piccole – relativamente a quella che forma il soggetto principale del presente articolo – non offrono cose importanti da vedere, o almeno tali che non possano essere osservate durante la visita della grande caverna; e però, lasciando che ognuno se ne formi un’idea dalla planimetria che va unita all’articolo, mi limito a darne qui un breve e sommario cenno descrittivo.

Per seguire un cert’ordine comincio dalla sinistra di chi, appena sceso dal pozzo, si tenga rivolto verso l’apertura del medesimo, orientandosi cioè ad est.

Un’apertura alta meno di un metro da accesso in un primo andito, che sembra si divida in due rami diversi; ma fatti pochi passi i due rami si ricongiungono in un solo, che, sempre a volta piuttosto elevata, procede innanzi con una decisa direzione est fino al fondo. È da notare che questo braccio di grotta, lungo circa 20 m., s’avvia indubbiamente verso il fianco esterno della montagna, tanto che certamente dal fondo di esso, scavando un breve tunnel, s’arriverebbe all’aperto. Credo che converrebbe trarre profitto di questa favorevole circostanza se si volesse sul serio, e con poca spesa, agevolare l’accesso della grande caverna.

Poco appresso è l’imbocco di un’altra grotta, la quale non presenta alcun che di notevole. Dopo i primi passi si restringe e si abbassa considerevolmente e finisce con una rapida ed angusta discesa a fondo umido e melmoso.

Usciti anche da questa grotta, girando sempre a sinistra, si trova l’imbocco poco promettente, perché assai basso, di una terza caverna, che è poi la più lunga e vasta dopo la principale. Percorsi carponi i primi dieci metri, s’arriva tosto ad un punto dove la grotta allargandosi si alza e si divide in due rami che prendono direzioni opposte. Il ramo che volge verso sud è il più breve ed angusto, tanto che è incomodo e difficile a visitarsi; quello che volge verso nord è assai più ampio e comodo e non privo di qualche graziosa concrezione calcare e di stalagmiti delle quali alcune assai grosse.

Finalmente, dopo questa grotta se ne trova un’altra che solo gli uomini di buona volontà e di poco volume possono visitare. L’imbocco è cosi basso e così coperto di pietre che conviene abbassarsi per vederlo, e, una volta visto, strisciarsi alla lettera sul fondo per potervisi introdurre, essendo alto appena da venti a trenta centimetri con sotto sassi acuti e taglienti e sopra punte aguzze e innumerevoli di piccole stalattiti attaccate alla roccia: passando e ripassando per quella fenditura non potevo levarmi dalla testa il supplizio di Attilio Regolo. Anche verso la fine, che del resto è poco lontana, c’è un altro angustissimo passaggio che mette in un pozzo con cui ha termine questa grotta.

Ma, mi piace ripeterlo, tolto lo scopo di una esplorazione, oramai stata fatta, l’incomodo della visita di queste caverne secondarie, e massime dell’ultima, non può davvero essere compensato dal poco che c’e da vedere. Non dovrebbe poi farsi, assolutamente, da chi calasse per una sola volta nella caverna, per non togliersi  il tempo, sempre breve di una sola escursione, per visitarne il ramo principale.

A destra di chi si tenga rivolto di nuovo verso l’imboccatura del pozzo di discesa per un ampio e comodo andito, alto più di venti  metri, s’incomincia ad entrare nella grande caverna.

Appena fatti i primi passi, si resta immediatamente sorpresi e colpiti dalla grandiosità e dall’imponenza dell’ambiente, e sopratutto non si può reprimere un senso di meraviglia osservando la grande altezza delle volte, di cui, con i lumi ordinari, non è possibile di vedere lo sfondo. Questa, che è una delle caratteristiche della caverna di Montecucco, fa impressione, anche a coloro che non sono nuovi alle escursioni sotterranee, nelle viscere delle montagne, poiché, il più delle volte, le caverne sono relativamente basse, 0 almeno non si elevano ad una media altezza dai 30 ai 40 m., come avviene per questa di Montecucco, che in più luoghi arriva ai 50 e forse più.

Da principio si procede come in un gran corridoio, a piano orizzontale, a fondo breccioso, a pareti lisce e cenerognole su cui non è facile scorgere tracce di stratificazioni, e neppure di concrezioni calcaree. Percorsi così appena sessanta metri, la caverna si allarga e comincia a salire, volgendo alquanto a sinistra, poi piegando di nuovo dolcemente a destra, dove è il culmine della salita a circa 118 m. dall’imbocco. Da questo punto essendo in molti, e se alcuni sieno rimasti indietro coi lumi, si gode di una delle prime e belle vedute che serve a dare una idea della vastità di questa sotterranea regione.

Quindi si scende, poi si sale ancora, sempre sopra un fondo poco accidentato e non gran che diverso da quello fin qui battuto. Giunti al culmine della seconda salita, che è segnata nel punto B sulla carta, può dirsi che termina veramente il primo tratto della grotta, apparsa fin qui d’aspetto imponente ma piuttosto uniforme e regolare.

L’idea del caos, o meglio d’un grande cataclisma che abbia sconvolto questa parte della caverna, si affaccia subito alla mente del visitatore.

La nessuna simmetria delle pareti e sopratutto l’accatastamento delle pietre e dei massi d’ogni dimensione e figura, giù per una ripida discesa, destano un senso di meraviglia e di sorpresa, e fanno sorgere il poco incoraggiante pensiero che sian piombati dall’alto, come i pezzi della ruina, forse non ancor finita di cadere, d’una parte della volta dell’antro. Saranno secoli, saranno millenni o periodi di tempo assai più  brevi dal giorno in cui quei blocchi giacciono nel fondo di questa spelonca? La risposta e difficile, nè io certo potrei arrogarmi di saperla dare. Riferendo quello che vidi, preferisco che il lettore la cerchi per conto suo.

IMG_5538-001La grotta in questo punto, come pure per il tratto precedente, è quasi priva di scoli d’acqua. Su ciò, per quanto si riferisce all’epoca attuale, non può cader dubbio; io l’ho visitata nelle più opposte stagioni e sul cominciar della primavera, dopo lo scioglimento delle nevi invernali e le piogge dirotte, e non vi ho trovato uno sgocciolamento maggiore di quello che nell’autunno preceduto dalla siccità dell’estate. Tuttavia, qua e là, su quei massi sorgono piccole stalattiti e s’incontrano concrezioni calcaree, che, pur supponendo condizioni ben più favorevoli delle attuali alla loro formazione, certo dovettero avere bisogno di un non troppo breve periodo di anni. Però e  un fatto che, osservando, le frat-ture di questi massi appariscono assai recenti, e gli spigoli sono a taglio vivo e punto arrotondati, quasi si fossero spezzati ieri.

Ma questi  fatti, che sembra sieno in vivo contrasto fra loro, dopo una attenta osservazione delle condizioni locali possono, io credo, facilmente essere messi in correlazione. Se si pensa che per il raro sgocciolamento delle  acque si richiese ben lungo volgere di tempo prima che si formassero le tenui incrostazioni calcaree che si osservano sopra i massi che supponiamo caduti dall’alto, non si deve dimenticare che l’apparente recentezza delle fratture e la grande freschezza degli spigoli dei massi  non possono in alcun modo essere portate a dimostrare che solo da poco si trovino nelle condizioni e nella posizione attuale. Nulla meglio di una temperatura costante ed uniforme e di un ambiente non sottoposto all’azione deleteria e disgregante dei diversi agenti atmosferici, serve a conservare quasi intatte non solo le rocce, ma anche ben più delicate sostanze organiche per un lunghissimo periodo d’anni (Si vedrà in seguito, quando dirò dei fossili scoperti in questa caverna, come vi abbia potuto raccogliere delle ossa benissimo conservate di generi d’animali affatto scomparsi, non solo dai nostri monti, ma dalla superficie del pianeta su cui abitiamo). Dunque a me pare, lasciando ad altri come ho detto la più ampia libertà di giudizio, di poter  ritenere con qualche fondamento che la formazione  di questo strano suolo attuale sia tutt’altro che recente, se si prenda questa parola nel senso che le si dà nel comune linguaggio.

Procedendo innanzi e calando rapidamente a destra fra i massi, si  vede sotto la parete una grotta bassa che vi s’interna e sale in detta direzione; egualmente se si prosegua sino al fondo della discesa si presenta un’altra grotta, poco diversa dalla precedente che del pari volge a destra e sale fra i massi. Ambedue questi passaggi o  cunicoli, sbucano in un vano non meno ampio del precedente, che può considerarsi come la prosecuzione della caverna principale, che cambiando bruscamente la sua direzione, da nord-est a sud-ovest, fa un angolo quasi retto con l’asse finora seguito.

Qui la scena comincia a trasformarsi, a presentare le nuove forme delle concrezioni calcaree che cento metri più innanzi giungeranno al loro massimo sviluppo. Guardando a sinistra si osserva che non è difficile di arrampicarsi fino ad una altezza, da dodici a quattordici metri dal piano sottostante; ma poi c’è un passaggio quasi perpendicolare e abbastanza difficile a superarsi senza l’aiuto di una fune, che evidentemente il primo che lo fa non può avere a sua disposizione. Dopo questo non vi sono più difficoltà e si sale senza sforzo in una specie di ripiano o sala superiore che ha sporgenze che si affacciano a quasi trenta metri d’altezza sul piano sottostante. Tentando ancora di dar la scalata alle pareti, s’arriva fin presso la volta, di cui l’altezza, in grazia di questa favorevole circostanza, può con molta approssimazione valutarsi vicina ai 40 metri. Parlo, s’intende, della grande volta, senza tener conto dei cunicoli o cupole di cui è sparsa per ogni dove e che certo vi si internano ancora verticalmente, per qualche diecina di metri.

Illuminando la volta a luce di magnesio, non senza meraviglia si scorge la grande regolarità che presenta e che fa strano contrasto con la superficie del fondo tanto accidentata e coperta da enormi blocchi di calcare rossiccio, che s’era supposto fossero caduti dall’alto. E tanto più è strano, in quanto che l’accatastamento e le dimensioni di tali massi in questo punto e più innanzi sono addirittura enormi. Scendendo fra essi si trovano vere e proprie grotte formate dal loro sovrapporsi, e verso il punto che misura 250 m. dall’imbocco ve ne ha una che, a guisa di un sottopassaggio, traversa orizzontalmente tutto il piano della grotta.

Poco oltre, a piedi della parete di sinistra, si scorge una lunga e bassa fenditura orizzontale. Penetrando carponi in questa fenditura si osserva che d’ogni parte, mantenendosi ad un’altezza media di soli 30 centimetri, s’addentra nella roccia per parecchi metri, finché procedendo nella direzione stessa della caverna principale, ma piegando alquanto a sinistra, sbocca in un antro piuttosto ampio che prosegue presso a poco in una direzione ovest, formando una caverna, che, dal punto che si distacca dalla principale sino al fondo, misura 70 metri. Da principio s’incontra il solito calcare rossiccio, poi le stesse concrezioni che si sono osservate nelle piccole grotte presso l’imbocco e nella caverna principale. Percorsi circa 36 metri s’incomincia a salire, le pareti si restringono e la volta si abbassa tanto, che si arriva a toccarla con le mani. A questo punto sollevando il capo si scorge una specie di cunicolo o camino, che s’interna perpendicolarmente nella roccia. Salendovi su a forza di gomiti e ginocchi, a maniera degli spazzacamini, dopo essersi innalzati per oltre dodici metri, s’esce in un più largo andito, per il quale è meno malagevole arrampicarsi e che mette  in un ripiano da cui s’arriva ad affacciarsi ed a scalare senza molta difficoltà nella caverna principale (detto passaggio è indicato sulla carta dalla curva notata con le lettere a-b). Procedendo, senza salire il detto camino, s’incontra a destra una breve diramazione a forma di piccola cappella, in fondo alla quale è una sorgente d’acqua. Proseguendo fino al fondo non si trova di notevole che una grossa stalagmite che quasi intercetta il passaggio.

Ritornati nella grotta principale ed avanzando dal punto C al punto F segnati sulla carta, si ammira tutto ciò che di più bello ed interessante contiene questa magnifica caverna. Quantunque oramai si possa essere abituati alla vastità degli ambienti ed all’altezza delle volte pure qui, allargandosi ancora le pareti, fatte adorne di colossali concrezioni e drappeggiamenti, e presentandosi ovunque immani e novissime forme, si resta meravigliati e si pensa piuttosto di trovarsi innanzi ad una fantasmagoria che alla realtà.

Quando si procede in molti e s’è sparsi qua e là ciascuno col proprio lume, si crede d’essere in una buia e calma notte, fra le macerie d’una città abbattuta da un grande terremoto, di cui i pochi superstiti sbuchino fuori guardando attorno esterrefatti, senza saper bene dove si trovino, né quello che sia avvenuto attorno a loro. E l’illusione d’essere veramente di notte all’aperto, si mantiene e s’accresce perché, al contrario di quello che accade di solito nelle caverne che s’internano nelle viscere dei monti, l’aria in questa si conserva sempre fresca e pura, come all’ombra d’un bel bosco di faggi.

Passando fra le immense concrezioni calcaree che s’elevano a guisa di monumenti o che, come enormi bassorilievi, si addossano alle pareti, si è colpiti da aggruppamenti fantastici di forme stranamente abbozzate che suscitano paragoni e confronti, talvolta assai bene appropriati, con quanto ci occorre di vedere nei nostri musei. Qua e la si elevano veri monumenti in mezzo ad un caos di colonne spezzate, di massi informi che dominano su pozzi profondi, su larghi avvallamenti sopra i quali si passa per cornici e sporgenze, insenature e ripiani, per cui non è difficile avanzare, poiché  i punti di presa son molti e frequenti e basta por mente a poggiar bene il piede.

Da principio fa grande impressione l’assoluta prevalenza delle forme rotondeggianti e delle stalattiti larghe e basse che a guisa di colonne spezzate sorgono su dal fondo, o crescono sopra altre più antiche concrezioni; ma poi, se si rifletta alla grande altezza da cui precipitano le gocce d’acqua che nel lungo volgere del tempo son riuscite a creare tale mirabile e fantastica regione, senza molto sforzo s’intende come queste infrangendosi facciano sì che il deposito calcareo, che si va accumulando dai loro minutissimi spruzzi, dia luogo alle curve e alle conche che danno un impronta tanto originale a questa immensa e superba sala dalle pareti bianchissime, dalla volta che non si misura, dal fondo di cui è impossibile, scrivendo, tentar di dare un’idea.

Ma per godere lo spettacolo veramente nuovo e sublime dell’ampiezza e dell’altezza e, dirò cosi, dei monumenti della sala, del suo addobbo, della decorazione delle sue pareti, è necessario possedere parecchie lampade a magnesio opportunamente disposte. La veduta è cosi vasta ed imponente come non mi è avvenuto di ammirare in nessuna delle parecchie grotte che ho visitato, negli Appennini, nel Carso, nei Carpazi. Basterà dire che lo sguardo può spaziare per trentacinque metri in largo, per oltre cento in lungo e spingersi in alto fino a cinquanta e più metri, per poi riposarsi in un fondo tutto sparso di figure, di forme, di masse stranamente disposte ed ammucchiate verso le pareti, nel mezzo, in discesa, in salita, su tutti i piani e i livelli che il genio dell’artista più bizzarro possa immaginare. Non si sarebbe mai stanchi, di guardare così raro spettacolo e quando se ne lascia la veduta, o si spengono i lumi, si prova un sentimento di rammarico e lungamente torna ad affacciarsi la fantastica impressione provata.

Volendo procedere innanzi occorre avere non poca pratica del luogo per ritrovare la via; io stesso ed  i miei compagni che da parecchi anni ripetutamente e pazientemente abbiamo esplorata la caverna, spesso in questo punto siamo stati tratti in errore ed abbiamo fatto falsi giri. Guardando la pianta che va unita al presente articolo, quanto io dico può sembrare non vero, o per lo meno esagerato; ma se si rifletta che  in questa non sono tracciati che i contorni, mentre invece la grotta è tutta frastagliata di avvallamenti, di pozzi, di agglomeramenti calcarei, di formazioni stalagmitiche su piani affatto diversi, si capirà che si tratta di un vero labirinto sotterraneo in cui l’orizzontarsi è cosa tutt’altro che facile.

Il passaggio come è segnato sulla carta fu trovato da noi, tutti nuovi della grotta, solo dopo averla visitata cinque o sei volte; precedentemente per avanzare ci tenevamo sempre a destra, calandoci con le funi nel punto dove sulla carta è segnato “pozzo”, giacché qui conviene avvertire che la caverna principale, pur mantenendo la sua direzione e la sua ampiezza, fa un brusco salto di circa trenta metri. La discesa nel detto punto è assolutamente a piombo per i primi quattordici metri, mentre per i rimanenti si compie senza l’aiuto della fune; a ogni modo può sempre evitarsi seguendo uno dei passaggi a sinistra.

Senza più insistere in spiegazioni a parole, rimando senz’altro chi legge all’unita planimetria. Avvertirò soltanto che, per vedere entrambi i detti passaggi di sinistra, conviene farne uno nell’andare e l’altro al ritorno. Passando all’andare per quello che prima s’incontra, cioè precisamente in basso nel punto più largo verso l’estrema parete di  sinistra, si entra in una nuova grotta che procede per lungo tratto abbastanza ampia e tutta piena al solito di stupende concrezioni calcari e di stalattiti e stalagmiti  che sono tra le più belle di tutta la caverna. Anzi nel punto dove sulla pianta sono segnati tre piccoli circoli ve ne sono parecchie di grandi dimensioni e dappertutto si vedono pendere drappeggiamenti e incrostazioni, che coprono le pareti, la volta ed il fondo.

Osservando tanta potenza di formazioni calcaree, in un andito relativamente ristretto, vien fatto di pensare che in passato potesse essere ben più vasto e che, proseguendo il lavorio attuale d’incrostamento, verrà un tempo in cui questo passaggio sarà fatalmente ostruito, come forse ancora andrà ad ostruirsi, benché in epoca incomparabilmente più remota, la parte centrale della caverna che tanto ci siamo fermati ad ammirare.

Riusciti nella grotta principale si è nuovamente dinanzi ad un grandioso spettacolo, sebbene non altrettanto imponente né così vasto come quello poco prima ammirato.Un magnifico effetto si ottiene se si illumini, questo punto dall’alto, dove noi si soleva calare prima che avessimo trovato i passaggi di sinistra.

Avanzando ancora di circa trenta metri, s’incontra una delle rarità della grotta, cioè un magnifico ponte ad arco naturale (sulla carta è segnato con una sbarra orizzontale) alto da otto a dieci metri, con cinque o sei di luce, formato dal combaciamento di due grossi blocchi di calcare, incontratisi insieme, proprio nel punto centrale dell’arco. Quest’arco, sotto cui è forza passare se si vuol procedere verso il fondo della grotta, può con qualche precauzione essere visitato anche nella parte superiore, su cui, a molta altezza però dalla volta, passa una specie di piano frastagliato di pietre e di concrezioni calcaree. Per salirvi conviene attenersi a  sinistra arrampicandosi come altrove fra le stalattiti e le concrezioni. Traversata questa specie di ponte, a destra si può ancora salire per un‘altra diecina di metri, e, illuminando di lassù, far  godere a quelli lasciati in basso di una magnifica veduta.

Di la dall’arco l’aspetto della grotta nelle sue linee generali non cambia molto; in più punti può darsi la scalata alla parete di sinistra nella quale s’incontrano anche insenature abbastanza profonde e che s’innalzano mostrandosi come il principio di altre grotte. Però salendovi, quando s’è dai venti ai trenta metri dal livello della caverna principale, si osserva che queste non avanzano altrimenti e che piuttosto per  diverse vie,  per cornici esterne, o per cunicoli a forma di C, è quasi sempre possibile, a chi ne abbia il coraggio, di tornare ad affacciarsi su punti sporgenti nel vuoto sopra la caverna principale. Da uno di questi balconi avendo calato un filo si misurò l’altezza perpendicolare di trentasei metri, mentre da quel punto la volta era ancora ben alta.

Da qui innanzi, poco altro di notevole v’è da osservare; anzi chi non avesse desiderio di poter dire d’aver tutto veduto, potrebbe tornar indietro, certo di non perdere davvero cose interessanti. Seguito però con brevi cenni per il tratto che rimane.

Avanzando la grotta pare che si biforchi; dico pare, poiché in realtà il ramo di sinistra, angusto, di difficile accesso, non fa che segnare una curva rientrante nel ramo di destra, che può ritenersi come la vera prosecuzione della grande caverna, la quale ha termine nel punto segnato G sulla carta.

Ivi è una specie di piccola cappella chiusa da ogni parte, e che io e i miei compagni, fino al 1890, ritenevamo come il punto oltre a cui non si potesse andare. E debbo, per la verità, confessare, per quanto possa parere strano, che in ripetute visite, pure essendoci arrampicati sino alla volta, elevata appena da quattro o cinque metri, di questo piccolo ambiente, non arrivammo ad accorgerci che a sinistra di chi si avanza, dietro alcune stalattiti a circa tre metri dal suolo, esiste una piccola apertura per la quale è possibile avanzarsi. E forse ancora non ci saremmo avveduti di questo nuovo andito, se in una delle ultime visite, essendoci di nuovo arrampicati per leggere alcune iscrizioni, non avessimo notato una forte corrente d’aria che faceva quasi spegnere le fiamme delle nostre candele. Piegandoci verso la parte donde la corrente veniva scorgemmo subito un angusto passaggio per il quale introdottici avanzammo ancora per oltre 150 metri.

Però mi affretto a dire che non parmi che questo ramo, quantunque presso a poco proceda nella stessa direzione della caverna principale, possa ritenersene il proseguimento. È un ramo affatto secondario, simile a cui penso non sia ancora impossibile scoprirne altro, fra i meandri delle stalattiti e delle concrezioni calcaree che fanno tutto un grande labirinto per oltre duecento metri di larghezza, e per una media di venti di lunghezza, e trenta almeno di altezza.

Del resto, a voler dare un cenno di quest’ultimo ramo, dirò che dopo i primi metri s’incontra un passaggio assai augusto e difficile, per il quale occorre procedere sostenendosi fra le pareti distanti fra loro un metro.Usciti da questa specie di andito s’arriva in una grotta alquanto ampia con piccoli massi di calcare rossiccio quasi affatto privo di concrezioni. Poi si sale per pochi metri e quindi nuovamente si scende in un antro piuttosto ampio, chiuso d’ogni parte, ma in fondo al quale si vede una specie di bocca di un’altra caverna ostruita da sassi e terriccio rossastro cose che pare possano far supporre non lontana la superficie esterna del monte.

Così, per quanto riguarda la descrizione della caverna e la sua topografia, parmi d’aver esaurito come da me si poteva il non facile compito. Ma credo cosa non inutile di fermarmi alquanto a riferire osservazioni fatte nelle ripetute mie visite e dire brevemente dei fossili che vi ho trovato e della storia, per chiudere con poche parole su alcune altre  grotte che sono nello stesso monte.

Chi, pur  non essendo geologo, si mette a pensare, come naturalmente accade, all’origine di questa caverna, ben presto s’avvede di dover mettere da parte la solita ipotesi della erosione dovuta alle correnti sotterranee di acqua che, avendo cominciato ad aprirsi un varco tra gli strati della roccia, a poco a poco se lo vanno allargando sino a formare, i vasti labirinti, che ora ammiriamo nel seno di tante montagne. Dentro la caverna di Monte Cucco non solo non s’incontra attualmente neppure per breve tratto alcun corso di acqua, ma neppure si scorgono tracce che accennino possa esservi stato in passato. Poi se si pensa che la grotta è 1370 metri circa sul livello del mare, cioè appena 275 metri sotto la cima del monte, e che, all’intorno, tutte le altre cime sono assai più basse, s’intenderà facilmente come, ammettendo pure un’epoca in cui le acque siano state assai più abbondanti che oggi non siano, sarebbe certo difficile immaginare che se ne accumulassero tante lassù da formare un torrente capace di scavare le vastissime sale egli abissi di questa caverna.Monte Cucco Planimetria

Tolta quindi di mezzo l’ipotesi che tale formazione sia dovuta alla erosione delle acque, parmi piuttosto possa emettersi l’altra che sia coeva al sollevamento della montagna.

La struttura geologica di Monte Cucco composto di calcari massicci, ma spesso stranamente contorti, e qua e la, massime verso la cima dove è la caverna, a strati sinclinali, mostra chiaramente, come per la più gran parte degli Appennini centrali, che il suo sollevamento dovette accadere secondo la moderna teoria delle pressioni laterali. Ove ciò si ammetta, a me non sembra troppo azzardato il parere che, durante il lungo periodo in cui il fenomeno del sollevamento avvenne, non sempre e da per tutto gli strati già solidi sollevandosi arrivassero a combinare perfettamente tra loro. Così avrebbero lasciato nel seno delle montagne degli interstizi, la maggior parte dei quali, non avendo  alcuna comunicazione esterna, restano e resteranno ignoti, ma pochi che l’hanno si manifestano sotto forma di meravigliose caverne come è appunto questa di Montecucco.

Ma non voglio, per ora almeno, insistere troppo in tale opinione che espongo con ogni riserva; spero in seguito, in luogo più opportuno e con migliori argomenti, di poterla convalidare in uno studio che mi propongo su alcune grotte dell’Appennino centrale.

Un altro fatto caratteristico della caverna di cui sin qui abbiam parlato, è quello di mantenere per tutta la sua estensione un’aria perfettamente respirabile ed ossigenata, non presentando oltre il pozzo d’ingresso alcun’altra apertura apparente ed internandosi, come si è visto, per oltre seicento metri dall’imbocco. Per spiegare un tale fenomeno conviene ritenere che in qualche punto almeno affiori la superficie e per mezzo de’ suoi cunicoli riceva l’aria esterna, che, penetrando fra le fenditure delle rocce, stabilisce delle correnti che servono a mantenerla pura e affatto simile a quella che si respira all’aperto. A dimostrare la ragionevolezza di una tale supposizione, oltre al carattere della montagna tutta sparsa di fenditure e di buche (che per lo più servono anche oggidì di tane ai tassi ed alle volpi), potrebbe recarsi la prova che il fumo delle torce o dei bengala accesi dentro la caverna tende immediatamente a salire, come se in alto vi fossero dei camini. Nelle altre caverne, invece, che ho visitato e dove l’aria è soffocante, il fumo tende piuttosto a rimanere in basso, minacciando quasi di asfissiare chi, per darsi il gusto d’una bella veduta, brucia le materie illuminanti che ne producono in copia.

La temperatura dell’aria e quella dell’acqua, sebbene costanti, sono più basse di quelle che normalmente si riscontrano nelle grotte. Con ripetuti esperimenti fatti con termometri di precisione ho potuto constatare che oscillano tra 5,5 e 6° C, essendo sempre di poco più elevata quella dell’acqua. Anche un tale fenomeno, che mi basta d’avere accennato, sta forse in relazione con quello della perfetta respirabilità dell’aria, e può trovare nelle stesse cause la sua spiegazione.

Ma, oltre a questi diversi fatti, che, dopo le naturali bellezze, rendono interessante sotto altri aspetti la caverna di Montecucco, quello della scoperta di parecchi avanzi fossili, trovati a più di 300 m. dal suo imbocco, meglio forse di ogni altro serve a richiamare su essa l’attenzione di quanti studiano le diverse fasi della storia della natura.

Fu solo la quarta o quinta volta che, visitando la caverna, uno dei miei compagni pose il piede su di un pezzo di stalattite che per una recente frattura pareva da poco spezzato. Avendolo raccolto, vi notai la forma di un osso che pareva internarsi nel calcare, ma lì per lì, avvezzo a vedere in quel luogo concrezioni che imitano le più diverse forme di cose note, non ci badai. Però quello stesso che vi aveva dato col piede, guardandolo meglio insisté, sostenendo che era veramente un osso, e presto dovetti accorgermi che non s’ingannava; anzi, osservando meglio il blocco, vi scopersi un dente di cui si vedeva perfettamente conservato lo smalto. Volevo subito far altre ricerche, ma si era stanchi, era tardi e il giorno appresso dovevo partire. Così per quella sera dovei contentarmi della piccola scoperta fatta, ma quasi certo che sarebbe stata l’inizio di ben altre più importanti.

Avendo avuto occasione di recarmi a Bologna, parlai di tale ritrovamento all’illustre paleontologo prof. Giovanni Capellini, il quale mi invitò a spedirgli il pezzo di calcare con gli avanzi fossili da me raccolto. Oltre quello che si vedeva all’esterno, il Cappellini ritrovò dentro il blocco due denti benissimo conservati e dai quali poté con sicurezza stabilire che quegli avanzi appartenevano ad una specie di orsi, estinta  ed abbastanza rara (Ursus Priscus Goldfuss).

Appena di ritorno da un viaggio all’estero, stimolato anche dal valente professore che mi onora della sua amicizia, tentai le prime recerche di fossili nella caverna di Montecucco. Quantunque non raccogliessi, come in altre posteriori esplorazioni, una grande quantità di ossa, né di troppo diverse specie, tuttavia non potei lamentarmi di questo  primo tentativo, i risultati del quale, poco tempo dopo, furono illustrati  in una nota dello stesso prof. Capellini (Sulla scoperta di una caverna ossifera a Monte Cucco. Nota del prof. G. CAPELLINI. Roma, Tip. della R. Accademia de’ Lincei, 1889.).

Il sig. GUIDO BONARELLI nel suo opuscolo intitolato: Il territorio di Gubbio, notizie geo-logiche, parla pure di tale scoperta e riproduce l’elenco dei frammenti illustrati dal Capellini.

Nello stesso anno 1889 e poi nei successivi ’90 e ’9l raccolsi ben più considerevoli quantità di avanzi fossili, che adesso, tutti riuniti presso il Museo paleontologico dell’Università di Bologna, aspettano di essere coordinati ed illustrati dallo stesso prof. Capellini che tanto interesse ha preso alla caverna di Monte Cucco ed ai suoi fossili.

Per ora, e tanto più che non sarebbe questo il luogo di diffondersi su tale argomento, mi basterà di dare la nota delle specie trovate e riconosciute con maggior sicurezza: Ursus Spelaeus – Ursus Priscus – Felis antiqua – Felis catus magna – Canis Vulpes spelaeus – Mustola faina – Vespertitio Ferrum equinum – Resti di uccelli. Fra questi avanzi i più abbondanti son sempre quelli degli orsi, tanto che non sarà difficile ricostruire interamente un paio di individui.

La regione in cui principalmente le ossa erano sparse ed accumulate sta fra i 300 e i 360 m. ed è notata sulla carta con tratteggio a punteggiatura. Giova ricordare che questa è la parte più irregolare della caverna, dove cade la maggior copia d’acqua e dove sono le più notevoli concrezioni calcaree.

Veramente fa una certa impressione che in un punto così lontano dall’imbocco siansi trovate delle ossa; pero se si riflette che, ad ogni modo, non sarebbe possibile che per l’entrata attuale siano potuti discendere i quadrupedi di cui si sono rinvenuti gli avanzi, conviene supporre che siano dovuti entrare per altra via. Né a me sembra  azzardata l’ipotesi che altre caverne, ora chiuse, mettessero il grande antro in diretta e facile comunicazione con la superficie esterna del monte, e che quindi per esse abbiano potuto introdursi gli animali, di cui si sono raccolti gli avanzi, l’accumulamento dei quali senza dubbio  fu agevolato dalle acque.

Del resto il luogo dove fu trovato il maggior deposito di ossa, ed è quasi al centro della gran sala Margherita, è costituito dal fondo di una specie di canale evidentemente scavato dalle acque cadute dall’alto. E non solo le ossa stavano tra i massi ed il terriccio calcareo radunato dall’acqua, ma giù per lo stesso canale ne furono trovate parecchie, coperte d’incrostazioni o incastrate fra i massi. Un bellissimo cranio quasi intero di orso speleo fu tolto a gran fatica fra una strettura di  questo canale, a traverso cui quando fu travolto dall’acqua non poté passare: era mirabilmente conservato anche parché in gran parte coperto da sottili incrostazioni calcaree.

Quanto al potersi ancora trovare altri fossili ovvero no, è difficile  dirlo. Però ritengo che, se pure si trovano qua e la dei frammenti, ciò  non vuol dire che possano incontrarsi veri e propri depositi come quelli da me rinvenuti. Se in qualche parte ve ne sono, certo stanno sotto spesse e dure concrezioni di calcare, che non è facile rimuovere o spezzare, e che non offrono indizi per essere sicuri di non perdere tempo e fatica. Un giorno forse, quando, dopo ulteriori indagini, la topografia della grotta sarà stata studiata in rapporto alla formazione geologica della montagna, potrà vedersi se siano possibili o no ulteriori ricerche capaci di condurre a buoni risultati, tentando con metodo nuove esplorazioni nel sottosuolo attuale.

Quanto alla storia della caverna, avendone il tempo e la voglia vi sarebbero forse da mettere insieme parecchie notizie abbastanza interessanti e curiose.

Allorché io la visitai la prima volta nel giugno del 1883 essendone affatto ignaro e credendo di avanzare per anditi sconosciuti, fui abbastanza meravigliato di scorgere qua e la sulle pareti, date e nomi chiaramente incisi o scritti col carbone. Per dirne alcuni ricorderò “Mutio Flore a dì 11 agosto 1604″ , “ Adromando 1555” e “ Ludovico 1551″ , il quale ultimo deve essere un monaco poiché fa sempre seguire il suo nome dalla sigla formata da una croce su cui è innestata la lettera S. Questa sola sigla e il nome di Lodovico che ne e sempre accompagnato ed è sempre scritto in caratteri gotici si trova (meno che nei punti più alti delle pareti su cui ci siamo arrampicati certo noi per la prima volta) in tutti i rami della grotta che abbiamo visitato. Anche nella estrema diramazione che abbiamo ritrovata da ultimo senza incontrarvi nomi recenti, quello di Ludovico vi è scritto ripetutamente e in fondo più chiaro che altrove insieme all’altro di un nominato Bera, che forse fu suo compagno. Mi piacerebbe poter bene sapere chi fosse quell’antico e coraggioso mio predecessore che certo, come me, dovette tornarvi ripetutamente, e passarvi lunghe ore, se potè divertirsi a scrivere da per tutto il suo nome o la sua sigla.

Del secolo XVII si trovano parecchi nomi e più del XVIII, tantoché può dirsi che dopo Ludovico – il quale, se non fu il primo a visitarla, certo fu il primo che la percorse con intelletto d’amore – la caverna non stette più lunghi anni senza visitatori. Anzi alcuni di questi fino dal secolo scorso tentarono di darne la descrizione. Notevole è quella del conte Girolamo Gabrielli di Gubbio scritta nel 1745 (Vedi CALOGERA’, raccolta di opuscoli, Venezia, MDCCLIV, Lettera del Conte Girolamo Gabrielli all’Abate G. B. Passeri ).

Il Gabrielli in forma di lettera, manda al dottissimo abate G. B. Passeri, erudito e valente cultore di scienze naturali, la relazione della sua gita sotterranea. Avendola sott’occhio, trovò che, se è abbastanza esatta in alcune indicazioni, in certe altre è affatto sbagliata; così, mentre da un’idea molto chiara e precisa del pozzo per cui si discende, è assai incerta e confusa nella descrizione dell’interno. Dice fra altro che procede assai piana e che “ in luogo veruno trovò il minimo intoppo di materia caduta dall’alto che ne impedisse il minimo transito”, mentre vi sono dei lunghi tratti e poco oltre il principio pieni ed ingombri di massi e di blocchi d’ogni forma e dimensione. Del resto non pare che il Gabrielli si spingesse oltre la gran sala Margherita né avesse tempo e modo di esplorare le parti laterali della grotta; tuttavia non bisogna dimenticare che, mentre la sua relazione porta la data del 1745 egli era disceso nella grotta del 1720, venticinque anni prima, tempo sufficiente a far dimenticare molte cose.

Un’altra descrizione di cui ignoro la data e che non ho potuto trovare, l’ha lasciata il padre G. B. Casini, monaco silvestrino ricordato dal Marcoaldi e da altri.

Recentemente, che io sappia, ne scrissero il prof. G. Bellucci e il sig. Serafini di Scheggia; ma, quantunque pregevoli, queste memorie sono tuttavia insufficienti a dare un’idea della grotta, parché gli autori di esse non ne avevano la conoscenza necessaria.

Questa mia memoria, che viene ultima e senza pretese, è compilata sui molti appunti presi nelle ripetute visite annuali che costantemente vi ho fatto dal 1883 in poi. Anzi nell’agosto degli anni 1890 e 1891 mi sono attendato presso l’imbocco per protrarne l’esplorazione durante parecchi giorni di seguito. Tuttavia non credo ancora d’averla visitata in maniera da poter asserire d’aver tutto visto ed osservato, e ritengo che non sia affatto improbabile, massime nella parete sinistra su in alto, di poter trovare nuovi cunicoli e passaggi e forse anche qualche diramazione fin qui sconosciuta.

Intanto per compiere l’istoria e per seguire una buona consuetudine che c’è fra gli alpinisti, mi piace di ricordare i nomi, non dirò delle guide (poiché da nessuno si conosceva la grotta e tutti ugualmente a vicenda ci siamo aiutati ed abbiamo diviso fatiche e pericoli) ma di  quelli che furono costanti e fedeli compagni miei, in tutte le visite da me fattevi, dando prova di forza e coraggio poco comuni. Essi sono Pietro Stazio, Achille Caracci e Francesco Moscatelli, il quale specialmente prese vivo interesse a questa caverna, tanto che in una ultima esplorazione corse disgraziatamente serio pericolo di lasciarci la vita.

(Il giorno 12 agosto 1890 c’eravamo proposti di tentare tutti i passi e le scalate possibili per cercare di scoprire qualche nuova diramazione o toccare qualche punto elevato a cui non si fosse ancor giunti. Con un certo ardire, ma usando molta prudenza riuscimmo in realtà se non a scoprire nuove diramazioni, a traversare la parete a considerevoli altezze, e guardare la caverna da punti a cui certamente nessuno era salito prima di noi. Avevamo compiuto felicemente anche questa ultima esplorazione, quando presso il   fondo, nel tornare indietro, ci parve che si potesse salire verso un cunicolo, a circa dieci metri dal piano della grotta. Io mi vi provai pel primo; sembrandomi però l’impresa molto arrischiata e senza frutto, tornai indietro. Il Moscatelli volle per conto suo   tentare la prova; ma anch’egli, come me non potendo arrampicarsi, mi richiese d`aiuto. Arrivato sotto di lui ed innalzatomi più che potevo, egli, per salire, puntò i piedi sulle mie spalle e, tentando entrambi di allungarci il più possibile, arrivò ad afferrare la punta di una stalattite. Quando l’ebbe afferrata, seguitando però a poggiarsi su me, mi disse che ormai avrebbe potuto tirarsi su facilmente; io ebbi appena il tempo di avvertirlo che si assicurasse bene della solidità del suo appiglio che sentii sgravarmi del peso del suo corpo; aveva sollevato i piedi poco più che all’altezza della mia testa, quando lo vidi rovesciarsi indietro e sentii portarmi via con violenza il berretto che avevo in capo, poi un grido, un tonfo sulla inclinazione della parete, seguito da un altro rumore sordo giù nel fondo alla grotta. In quel momento con noi non c’era altri che un ragazzo il quale era rimasto coi lumi nel piano della caverna. Allibito dal triste e inatteso spettacolo, non si mosse né disse verbo, finché io, disceso da dove ero, corsi a raccogliere ed abbracciare il mio disgraziato compagno. Fu un momento terribile: credevo fosso morto o almeno avesse sofferto qualche  grave   rottura  interna; a gambe e braccia non pensavo neppure. Pero s’immagini con quanta gioia dopo pochi minuti potei constatare che, se lo  sbalordimento era assai forte, tuttavia il male era molto minore di quello che avevo supposto e che, all’infuori della lussazione di entrambi i polsi e d’una ferita leggera al capo, tutto si riduceva a contusioni non gravi. Fu, come si dice, un vero miracolo che fece parer leggere a noi e a lui la pena o la fatica non lievi che si dovettero fare per trarlo fuori in quello stato dalla caverna e portarlo sino al nostro attendamento.)

Reso questo meritato tributo di lode ai miei bravi compagni, debbo una parola di vivo ringraziamento al signor Domenico Rossi assistente comunale, per opera del quale ho potuto corredare questo mio articolo con la carta planimetrica, che tanto certamente serve a renderlo utile e chiaro ai lettori.

Per compiere poi la storia della Caverna di Monte Cucco non posso tacere che per mio invito, ed affidandosi a me, nel settembre del 1890 fu a visitarla l’illustre prof. Capellini oggi senatore del regno. In sua presenza furono dissotterrate parecchie ossa, che ora fanno parte dell’abbondante collezione da me prima e poi inviatagli e che egli tra breve si propone d’illustrare.

Infine dirò che nell’aprile del corrente anno 1892, in una giornata tutt’altro che favorevole per una escursione in montagna, ebbi l’onore di far da guida ed accompagnarvi la coltissima e gentile signora Margherita Mengarini, la prima signora che sia discesa ad aggirarsi fra il silenzio e le ombre di questa meravigliosa regione sotterranea. E però in memoria del fatto, ed in suo onore stappando una bottiglia di vino generoso, battezzammo dal suo nome la grande sala centrale che è la più ampia e bella di tutta la caverna.

Da altri in seguito più competenti di me, e in qualche parte forse  anche da me, potranno accertarsi o delucidarsi le ipotesi fatte, allargarsi o correggersi la topografia della grotta, ma son certo che la fisonomia generale di essa, ed i caratteri fondamentali che ne ho abbozzato, sono quali li ho presentati, sufficienti se non precisi per farsene un’idea, che solo avrebbe potuto essere più chiara se avessi saputo con maggiore arte descrivere ed esporre le cose da me viste ed osservate.

Quanto alle altre caverne che esistono nello stesso monte, chi non ha tempo da perdere può assolutamente fare a meno di recarsi a visitarle. Sono tutte piccole grotte che avanzano appena pochi metri e nulla offrono d’interessante. Una soltanto nel versante orientale, e precisamente nella località detta il Boschetto, divisa in due rami, gira forse    una quarantina di metri; ma e angusta, tortuosa, bassa e quasi priva di stalattiti o di stalagmiti, e non offre alcuna attrattiva. Piuttosto può attirare l’attenzione – perché è in vista e per qualcuna delle solite leggende che vi si ricamano attorno – una larga apertura o specie di finestra che è pure dal versante orientale, quasi alla base del monte, e che dal suo aspetto ha il nome assai efficace e fantastico di “Bocca Nera”. E Bocca Nera esercitò su me cosi potente il suo f ascino, che, quantunque all’aspetto come al nome sia tutt’altro che incoraggiante, decisi di calarmivi dentro, e vedere se inghiottisse anche me, come i cani e le pecore che dicono sianvi precipitati.

Per sbrigarmi in due parole e non annoiare chi legge, che se fosse arrivato fin qui oramai deve essere sazio d’aver inteso parlare di cunicoli e di pareti, di salite e di scese, dirò che si tratta di un vero pozzo assolutamente a picco, per oltre venti metri, dopo i quali c’è un piccolo ripiano fortemente inclinato su un lato del quale si sprofonda un altro abisso, pure a picco, che scende più di altrettanto. In fondo a questo però, non si trova alcuna apertura e tutto finisce lì. Confesso  che ne fui non molto confortato quando con non lieve fatica mia e dei compagni che reggevano le funi, vi fui arrivato, e più quando ne uscii dopo essermi assai poco piacevolmente andato strisciando e sbattendo  su per le roccie, in mezzo alle quali la fune, che s’andava aggirando e svolgendo, mi faceva girare ed oscillare come una trottola.

Ho voluto riferire anche questo particolare, perché qualche intraprendente collega, non abbia a sentirsi inspirato a ritentar una prova che, con poca soddisfazione, gli farebbe sciupare non poco tempo e fatica.

G.B. MILIANI (Sezione di Roma).

Leave a Reply

You must be logged in to post a comment.