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11 luglio 2018

Scheggia e Pascelupo (PG)

Un altro piccolo tassello si aggiunge alla già straordinaria storia delle esplorazioni antiche della Grotta di Monte Cucco, la riscoperta in archivio della più antica descrizione di una visita alla grotta finora conosciuta.

La cavità, anche se si sa (grazie al ritrovamento di numerose firme e scritte apposte all’interno di essa) essere stata esplorata fin dal XV-XVI secolo, si pensava fosse stata descritta per la prima volta da Tommaso Agostino Benigni nel 1671, un anno dopo la sua visita alla grotta nel 1670. Lo scritto fu pubblicato però solo nel 1922 ad opera di un suo discendente Costantino Benigni Olivieri, in occasione della posa in opera della scala di accesso alla grotta ad opera della Società Escursionisti Fabriano.

Che non fosse però il primo documento in ordine di tempo a parlare di una visita all’enorme caverna lo si sapeva già, Benigni stesso dice di aver letto in proposito un manoscritto recante indicazioni dettagliate per visitare la grotta, documento che però non è stato mai ritrovato.

Questa piccola riscoperta porta alla luce uno scritto pubblicato alcuni anni prima, datato 1655, di una visita effettuata nell’agosto del 1637 dal naturalista e storico italiano, Inquisitore del Santo Uffizio a Gubbio, Vincenzo Maria Cimarelli (1585-1662).

Egli nel suo libro “Risolutioni filosofiche politiche e morali” al capitolo XXVI descrive la sua visita alla Grotta di Monte Cucco, parlando di se in terza persona ed usando un tono epico ed evocativo.

Fino ad ora si conosceva la data della sua visita (segnalata anche dallo storico Euro Puletti in alcuni suoi scritti) ma non era, che si sappia, mai stata pubblicata la descrizione originale, che ora vi proponiamo. Il testo non era neanche annoverato, sempre che ci risulti, nella bibliografia riguardante la Grotta di Monte Cucco e la speleologia umbra in generale, ma la fortuna e un incessante lavoro di ricerca in archivi e biblioteche (anche on line) hanno riportato alla luce questa piccola gemma.

Figlio del suo tempo e fortemente intriso di retorica religiosa, di teorie alchemiche e di riferimenti a miti e leggende, questo racconto è una fantastica finestra sulla cultura del diciassettesimo secolo; la descrizione, seppur a tratti dia anche delle indicazioni oggettive su alcuni dettagli (riferimenti geografici e storici), dando un saggio dell’erudizione dello scrittore, per la gran parte è ricca di considerazioni e teorie estremamente irrealistiche e fantasiose.

Oltre all’ampollosità e all’esagerazione dello scritto si riescono a cogliere però dettagli interessanti: la descrizione di alcuni luoghi come Pian delle Macinare o Sasso Pecoraro, del paesaggio dalla cima della montagna, dalla quale si vedono, nelle giornate propizie, anche le montagne dell’odierna Croazia oltre l’Adriatico (Illiria e Morlacchia), dell’uso della “bussola” magnetica per orientarsi dentro la grotta etc.

Vi lasciamo alla lettura del breve testo che, anche se a tratti vi farà sorridere, potrà di certo farvi comprendere con quale spirito in quell’epoca ci si accingeva all’esplorazione delle grotte: stupore, paura e superstizione, che impiegarono secoli per trasformarsi nella moderna speleologia basata sull’osservazione, lo studio e la ricerca scientifica.

Ci scusiamo per eventuali piccoli errori di trascrizione o per la difficile comprensione del testo, ma abbiamo cercato di alterare il meno possibile lo scritto originale… buona lettura!

“Di Sentino le rovine mirate, à Costacciaro (traversando i Monti) si condusse la sera, dove da’ Fauni, Nobili Eugubbini, riceuto l’alloggio, la succedente mattina al Monte vicino salse (che si noma Cucco) e pria, che alla cima giungesse, una Pianura assai lunga, sopra ogni credere amena, gli s’offerse all’occhio; la quale in semicircolo da humili Colli chiusa, di faggi, di herbe pretiose, & semplici affatto coperti; boscareccia Scena rappresenta. Li prati (che nella Pianura fioriti, ridenti si mostrano, dall’acque che dalle fontane de’ Colli placide descendano) con cristallini riuoli, annaffiati, le delitie rappresentano de’ Campi elisi.

Indi allo scabroso Gibbo (che del Cucco è l’erta cima) dà Compagni seguito, à gran fatica ascese; da cui i Monti di Morlacchia, e parte dell’Illiria distintamente scorse (che di là dall’Adriatico situati trouàsi) e dall’altra banda il Monte Soratte, con le campagne dè Sabini, e del Latio, che gli fanno ala.

E nel mirare rimoti Paesi restando sodisfatta la vista; da Pastori all’ampie grotte di quel Monte si condusse; dove disceso, in vederle come sale Regie grandi, & con disegno architettonicho formate, e per lo spatio di più miglia con ordine mirabile verso all’Ostro scorrenti, quasi stupido restò, che la Natura non meno, che l’Arte potuto havesse sotto il terreno una Città formare, nelle pietre incisa; e la maraviglia più gli s’accrebbe, che in ogn’una di queste Stanze dall’acque, che dà volti distillano, nel pavimento, di pietra si formino le figure; varie cose al vivo rappresentanti; gl’instromenti in specie, che nella passione s’operarono di Christo, l’immagini della Vergine, Madre d’Iddio, d’Angeli, & di altri Santi, che regnano in cielo; Anzi nella prima (à cui con l’aiuto delle funi si scende) la figura di un Papa cò gli Regni in capo, e del sacro manto coperto, sopra di un plilastro intiero si mostra; & hoggi anco tale vi si conserva; La quale da’ medesimi Pastori si disse, che dieci anni prima, non vi si vedeva, in vece di cui appariva, da’ alberi spalleggiato un Fiume.

Dopò trè Stanze essersi inoltrato, lo scudo similmente (nel modo suddetto scolto) del Gran’ Duca Tosco con le palle, & ogni altro suo ornamento sopra di una parete vedde affisso; il quale fino à questo dì anco si serba. Da sì stavagante apparenza egli accorgendosi, che più di lui maravigliosi restati erano i Compagni; dopò haver pensato alquanto, così loro disse.

Di ciò, che in queste Grotte voi vedete, non vi maravigliate ò Compagni; perche non senza causa, cognita, si producono simili effetti (lasciando sopra le figure spirituali da parte il discorso) solo dal mio favellare di quest’arte, & di quella Statua piena nè haverete l’Intelligenza; Additandovi come essi di quella causa generale, che concorse alla mutatione di questo Dominio, sono gl’effetti equivoci; havendo ella combinato le qualitàdi dell’acque con l’Ente delle pietre distillanti, in tal disposizione, che atte fussero à formare le figure di quelli, che di vicino questi Paesi dominar dovevano.

Si come nelle Miniere d’argento ne’ monti di Sassonia, pria, che Gustavo Svevo contro la Germania le guerre movesse, una Statua di un Soldato à Cavallo, ben armato, in una di quelle Caverne, dall’acque, distillanti dell’argento, formossi; la quale oggi nella Galleria di quel Duca con stupore si mira. Per la cui apparenza da’ Savij si presagì la vicina ventura guerra, non co’i principij delle scienze Magiche; mà con il mezzo del lume della Natura; sapendosi da’ Filosofi, che di più effetti, che procedono da una causa equivoca, il primo, che in materia più capace si produce, de gl’altri addita la ventura, vicina, produttione; in quella guisa, che l’iride preconizza la pioggia propinqua, questa, e quello procedendo da gl’humidi vapori, che sparsi per l’aria, & ad alto salendo, nelle nubi s’uniscono.

Saggia dunque è stata la Natura in procurare, che ne gl’antri di questo Monte, in cui lo Stato principia di Urbino, la Statua del vero Signore s’ergesse; e di colui, che sopra li medesimi Monti de’ frutti goderà l’Entrate, un’arma vi si formasse.

Intorno à quattro miglia havendo per quelle latebre, à lume di Torcia caminando (dovendosi calare trà certi perigliosi rivolti) da una scrittura, con il carbone sopra della porta lineata, lui, et suoi Compagni s’istruirono, come l’andare più avanti (come era notato in essa) era periglioso il passo; onde à dietro tornarono: & lui dentro veduto un Fonte, da cui un Fiume s’originava, che à lor calcoli (con la calamita fatti) era la Marena (la quale presso Sasso ferrato, per congiungersi con l’Esino, limpida, e furiosa corre) in cui si vede l’Oro; in cognitione vennero, che al tempo de gl’antichi Umbri, lui di esso le Miniere si trovassero, di dove, perestraherlo, quelle stanze à forza di scarpelli si causassero; per lo che del tutto con li medesimi Compagni fuori egli restò della già concepita maraviglia.

Quindi di certo scrive, che alle radici del medesimo Monte le suddette Miniere (quantunq;esauste) ancora si trovino, per gl’indicij, che ne porta loro, che nel Fiume accennato (benche non in gran copia) si raccoglie.

Anzi l’istesse grotte nelle consumate Miniere chiaramente l’additano; scorgendosi in alcuni luoghi le parete delle medesime tinte di color d’Oro.

Da gli Antri vicini, e trovata la notte, convenne loro nè Tuguri de’ pastori alloggiare, e di latte, e pomi silvestri, e de gl’avvanzi del prandio della mattina nudrirsi quella sera.

Comparsa del giorno seguente l’alba, si prepararono alla discesa…”

(ritrovamento e trascrizione ad opera di Mirko Berardi)

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